Rassegna stampa
Rassegne storiche
Fonte: Italia Nuova
Fonte: L'Universo
Ho visitato lo studio di Savelli
Arturo Peyrot
Mostra ad Osaka (personale)
Savelli Bresciano Stile Arte
Fonte:Stile Arte 2008 num 120 - Vernissage Sito Savelli
2008
La testimonianza dell’incontro con un maestro del Novecento, durante l’estremo soggiorno a Boldeniga di Dello, di ritorno dall’esperienza negli Stati Uniti. Il “Bianco assoluto” come proiezione nel cosmo del corpo e dello spirito.
Incredibile ma vero. Ho incontrato Angelo Savelli. Sì proprio lui: L’artista famoso, più americano che italiano, il pittore che visse a New York per cinquant’anni, l’ho incontrato nelle Bassa bresciana, terra d’estreme periferie, arida di sussulti culturali, distante centomila anni luce dalle vie importanti della creatività. Ospite illustre e coccolato tra le mura di un’antica torre a Boldeniga (Dello), Savelli mi è stato “regalato a piccole dosi, come si fa con le medicine dalle troppe controindicazioni, quasi fosse un oracolo da vedere e ascoltare, ma solo se te lo meriti…
Correva l'anno 1992, o pressappoco. Angelo Savelli morirà lì, nell'ignara Bassa bresciana, il 27 aprile del 1995.
L'incontro fu per me, ricordo, una sorta d'avventura senza epilogo, finita troppo presto: un incontro importante ma mai sedimentato a dovere nella mia anima pur assetata, l'anima mia intendo, delle cose dell'arte, speranzosa d'incontri eccezionali per avere altrettante eccezionali risposte. Vidi l'artista tre volte, sempre protetto e circondato. Al terzo incontro (fu per miracolo?) mi dedicò un pensiero che scrisse su di una "cartolina americana" che diceva: 2 settembre 1992, da Boldeniga ad Osaka, passando da Gabbiano - ...ci vorrebbe uno scritto con la stessa immaginazione degli gnomi qui presenti...
Che cosa aveva colto in me il grande maestro? Come mi aveva giudicato dall’alto della sua purezza spirituale? Quante volte, dopo, mi sono fatto queste domande, non senza un certo timore. Eppure mi aveva accostato agli gnomi, esseri che tante volte hanno visitato i miei sogni.
Come era riuscito ad intuire ciò?
In quel tempo, di Savelli colsi la trasparenza intellettuale e, provando grande paura, la sua necessità di sincerità nel profondo... Ed è con altrettanta aperta sincerità che confesso quanto mi sconcertò quel “Bianco” che l’artista aveva trasformato da mero colore in “spazio”, che aveva liberato da qualsiasi relazione, assolvendolo da ogni rapporto cromatico ed elevandolo ad “idea”.
Chi può riuscire in un'impresa tanto singolare, così alta? Solo l'uomo che pensa..., e siccome l'artista per essere tale non può che trasformarsi in un "Uomo che Pensa", ecco che mi colpì la sfida intellettuale intrapresa da Angelo Savelli. Lui stesso scrisse: Con carattere ed amore mi dedico alla pittura…, e lavoro come se in un’altra vita antecedente avessi già fatto il pittore, ed ora stessi a migliorare quello che ho già fatto.
Savelli conclude il suo lucido concetto con altrettanta lucidità mistica e sconcertante fede nell'eternità dicendo: Di certo, con intuitiva sicurezza, nella mia prossima vita futura continuerò con altrettanto carattere ad amare. Ad amare, scrive il maestro, non a dipingere, dimostrando d'aver ben capito la grandezza della pittura, quando è grande. Perché in lui non esiste differenza alcuna tra la poesia, la pittura ed il vivere l'armonia del cosmo.
L'artista scrive: Ritengo giusta e necessaria l'esperienza intesa nel suo significato cosmico e non come mera esperienza.
Per Angelo Savelli le arti, compresa quella difficilissima del vivere, sono sorelle e devono essere in simbiosi perfetta tra loro, sempre e rigorosamente, costi quel che costi.
Mi è capitato di vedere opere molto ispirate, nel qual caso è sorta spontanea l'idea che l'autore dovesse a loro assomigliare. Ma non sempre l'involucro-uomo contiene ]a genialità, le dolcezze sublimi e la creatività che sono lo specchio del desiderio. Savelli era coerente anche in questo. Volle fortemente che il suo essere “corpo” diventasse l’immagine del desiderio… e del desiderato: quasi come nella Trasfigurazione.
Intuii in quegli anni che l'artista Savelli stava dentro alla strada maestra, e non si era perso tra i mille rivoli dove la mancanza del vero ingegno trova comunque alibi: portava sempre con sé una piccola Divina Commedia, che spesso citava a memoria cantandone, da buon meridionale, i versi: una passione in comune con il grande Michelangelo, coltivata dal Buonarroti in quel tempo tanto luminoso e chiaro come solo il "Bianco eterno" sa essere…
Sino alla prova definitiva quando, leggendo Leon Battista Alberti, scoprii che Savelli sapeva. Nulla piace più agli Dei che il Bianco, scriveva l'architetto rinascimentale più di cinque secoli fa.
Quel Bianco mi solleva, ebbe ad affermare Savelli in un'intervista rilasciata a Michele Caldarelli. Correva l'anno 1989, o pressappoco.
GIAN MARIO ANDRICO