Rassegna stampa
Rassegne storiche
Fonte: Italia Nuova
Fonte: L'Universo
Ho visitato lo studio di Savelli
Arturo Peyrot
Mostra ad Osaka (personale)
Savelli e Turcato
Fonte: L'Universo
19 Novembre 1949
Non crediamo che Savelli attenda da noi un discorso di convenienza. Noi fummo i primi a dedicargli un saggio («Raccolta», 1941) e non avemmo in quella circostanza - come in altre successive - a lesinar lodi. Era in Savelli una attitudine a umanizzare a normalizzare sollecitazioni di cultura dandy e fauve, una ingenuità, in quella febbre di gamme accese, un pudore nella distribuzione della materia pittorica sulla tela, materia che andava bellamente stratificandosi, pur fuori dagli schemi mafaiani, alla maniera dell'ultima tradizione nostra «atmosferica» e «tonale»
Si guardi, nella Mostra apertasi in questi giorni all'«Art Club», dei fiori (N. 6) e della Madre (N. 1) i rossi, lacche tanto più sonore quanto più sorde, in questo spessirsi dell'impasto; nè i dati della realtà si trasformano, anzi, risospinti al fondo dello schema, vi trapelano alla fine visivi, per esempio, nell'ammiccare delle palpebre, nel concitarsi del viso de «La madre». Per quale ragione, ci chiediamo, tutti i quadri di soggetto «sacro» di Savelli vivono, quando vivono, la vita effimera del decorativo? Perchè, quanto più la sua materia si concita, tanto meno il pittore è drammatico, è «sacro»? La ragione è, a parer nostro, una sola: la incapacità del pittore a buttarsi a capo fitto nella vita, magari nel peccato e nel vizio, per scontare attraverso una autentica malinconia, il peso della carne. Savelli appare peccatore prima di gustare l'amaro frutto, la sua disperazione - si ricordi le donne nude e discinte di molti suoi quadri, colle braccia sopra il capo in atto di vergogna - è mentale. Assai più convincenti, in questo momento non felice di Savelli, sono i passaggi (Vedi «Ponte Margherita») Qui la «natura» e benigna per l'animo conturbato di Savelli: egli la guarda come un ragazzo che i colori, la luce, l'aria, rapiscono improvvisamente dopo una notte passata nell'angustia di peccati immaginari: si trova in quegli orizzonti obnubilati, in quelle case gettate alla rinfusa al di là del ponte come in una domenica di carnevale quasi l'eco di quei sensi scossi, di quelle visioni allettanti, senza più il torbido della notte.
E' in Turcato una attitudine a coordinare in un terso ed equilibrato impianto di luce-colore i modi della pittura anti-tonale (Birolli, Guttuso) con un impegno scolastico.
I tre paesaggi esposti guttuseggiano, è vero, apertamente, ma di Guttuso il Nostro ha preso il più dolce e smagliante Picasso, quasi una provvista di equilibrio, per i suoi futuri idilli. Perchè la natura di Turcato non è violenta, orgiastica. Egli sa aprirsi alla realtà solo incantandosi; ma vuole incantarsi non alla maniera di Mafai bensì alla sua propria. Si veda ad esempio il suo «Cantiere notturno», cantiere anche il quadro, così rimasto in tronco; ma come intelligente e cosciente il modo di costruire le forme, in quelle pennellate che si impastano bellamente di luce, larghe, cordonate di ori e di verdi, astratte, ma non inerti - come a volte è in Birolli, che dal ritmo cala nel giuoco -. Ne nasce davvero, se si guarda più volte il dipinto, una elegia nello squallido abbandono della notte che più si apprezza e più avvince per il disdegno, palese ovunque, del pittoresco. In questo Turcato ha da insegnare anche al suo compagno di Mostra.