Il bianco di Savelli traduce forse il tempo e lo spazio.
Il tempo dell'attesa interminabile appena scandito dal variare della luce sulle cose, sugli orizzonti sconfinati, sulle lunghe falcate di spiagge tese a saziare la sete d'infinito.
Lo spazio vuoto di accadimenti anch'esso in attesa, bianco di luce cruda, bianco di vento, bianco di scansioni e fratture ora dolci ora violente. Rumore roco del caffè che una madre frantuma in un antico macinino nel bianco silente dell'alba: corda bianca di «Memory of Childhood» (1961), che avvolge le sue spire con lo stesso ritmo quieto e costante.
Bianco di mitiche memorie: poiché bianca è la vista profonda del cieco Omero, luce assoluta che non ha confronti.
Bianco è l'ultimo verso d'amore che Saffo affida alla bianca rupe di Leucade.
Bianco è il sentimento che ci afferra ogni volta che irrompe nel flusso della storia l'urlo di Ecuba, scaturito dagli abissi del dolore che la follia umana spalanca. Ma può essere il caos, la galassia che bianca si scatena, si srotola in primordiali pianeti avidi di definizione; o le bianche metropoli ed il loro stupore notturno.
A tutto questo non può esserci veicolo di espressione figurale, sia pure piegata alla urgenza di una comunicazione estetica in estrema tensione. E poiché tutte le emozioni si somigliano ma ognuna pulsa di una intensità e di un ritmo diverso ecco che Savelli a volte scivola sul bianco senza interruzione, se ne lascia fagocitare, o vi segna invece contrappunti di infinito, piccole increspature, lievi rammendi, nodi di ricordi nitidi e consapevoli come quello dedicato a Cinthia Carol (In memory of Denise, Cinthya Carol Addie Mae of Alabama, 1964 Chicago), che rimanda ad un'anima di geometrico candore, ad una struggente e pur serena nostalgia.
Sul versante della riduzione è impossibile non pensare a quel dramma squisitamente speculativo di Malevich, a quella sua «impossibilità di pensare interamente il proprio pensiero» senza ancorarsi alle cose, alle immagini che ogni giorno l'occhio registra. Savelli questo deve saperlo molto bene se all'artista russo ha dedicato un'opera, quel «Malevich? … Yes I Am Alive», quasi un dialogo di rifrazioni a specchio degli stessi problemi esistenziali che scaturiscono in modo pressante dall'operare artistico.
ANNA RUSSANO COTRONE