Come aveva fatto quel mite, educato artista che si incontrava per Via Margutta e alle mostre, a osare quel grande balzo in un altro continente, negli USA di cui allora non conosceva la lingua, scegliendo proprio New York, la città babele, la città caos, crogiuolo di tutte le razze, divoratrice di uomini e di talenti?
Sembrava impossibile e fummo in molti a chiedercelo in quegli anni. Eppure, quando andavamo in America, Savelli fu un punto di appoggio per tanti di noi. Non capimmo come faceva, ma intanto ora parlava e scriveva inglese, si era subito introdotto tra gli artisti di punta di una galleria anch'essa di punta, quella di Leo Castelli di New York(che avrebbe esposto anche Giuseppe Capogrossi), e nel catalogo alla Selecta del 1959, Kenneth B. Sawyer scriveva che la sorgente della sua evoluzione poteva trovarsi '"in una nuova esperienza di spazio", quella che inconsciamente, da sempre, lui ricercava, e che l'America ora gli stava offrendo.
Milena Milani